Devo e dopo: la frequenza d'uso di questi due vocaboli da
parte della popolazione italiana è un chiaro indicatore dell'evoluzione o
involuzione dei tempi. La maggiore o minor frequenza del primo rispetto al
secondo potrebbe anche servire ad indicare a
quale generazione appartenga il campione preso in considerazione. Esiste
infatti una generazione del devo ed una
generazione del dopo. Mediamente i giovani
cresciuti all'epoca della scuola media, delle industriali e delle commerciali hanno
acquisito una maggior disponibilità all'uso del verbo dovere in prima persona,
mentre i frutti della scuola media unica e di quanti sono arrivati ad insegnare
avendo praticato da studenti il sessantotto è maggiormente disposta
all'utilizzo della seconda e terza persona del verbo dovere.
Si tratta evidentemente di simpatie acquisite grazie alla
preparazione che il nuovo corpo docente è riuscito ad istituire. Grandissima
sensibilità quindi per il devi., deve., dovete., devono., mentre le voci verbali devo e dobbiamo
sembrano essere piano piano cadute in disuso, tranne nei casi in cui il dobbiamo. è riferito stranamente ad un noi molto
particolare dal quale sia escluso l'io. Parallelamente a questo particolare
fenomeno linguistico, assistiamo ad un altro fenomeno: agli avverbi subito ed adesso,
parte molto attiva della generazione della guerra e dell'immediato dopoguerra
si è andato piano piano, dolcemente sostituendo un più pacifico .dopo. Oggi alle varie richieste che possano
richiedere un qualsiasi tipo di impegno, o di sollecitazione urgente a fare
qualcosa, la risposta classica, che sempre più spesso si sente, è ..dopo. I genitori di una sessantina di anni fa erano
soliti infiorare l'educazione dei propri figli con richiami proverbiali del
tipo: non rimandare a domani quello che potresti fare oggi, chi ha
tempo non aspetti tempo, frasi che oggi parrebbero richiamare un mondo
ormai lontano, frasi di senso evidentemente oscuro, che solo uno studioso degli
antichi costumi sembrerebbe poter essere in grado di interpretare. Un
osservatore imparziale potrebbe anche pensare che una nuova forma di maturità
si sia diffusa nei giovani, una maturità che imponga una maggiore ponderatezza,
che le azioni siano precedute da acute ed oculate riflessioni che conducano ad
azioni più efficaci, meglio eseguite e mirate all'ottenimento di un risultato
migliore. Sarà così? Solo la Storia potrà rispondere a questo interessante quesito:
indolenza o saggezza, pigrizia o maturità? Nel frattempo aspettiamo che si
decidano a fare qualcosa. |
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