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Diritto di cronaca: Sanaa martire del libero arbitrio.

Ascoltando i dibattiti in TV sull’assassinio della povera Sanaa ad opera del padre mi sono reso conto di quanto pressappochismo ed ignoranza diffusa siano presenti tra i giornalisti e nella nostra classe politica.
Parlare non sapendo di cosa si stia parlando, tranciare giudizi semplicemente affermando il contrario di quanto sostengono gli avversari politici, forse nella speranza di essere nel giusto, o più probabilmente sperando di risultare graditi a quanti siano di orientamento politico diverso da quello della controparte.
Anche quando la complessità e la gravità del problema dovrebbe consigliare un maggior ritegno ed un tentativo di approfondimento e comprensione l’homus politicus la mette in caciara, insulta, sgarbeggia. Il giornalista omologa il proprio eloquio ai principi enunciati dal politico di riferimento, che, non sapendo quasi mai di cosa stia parlando, accavalla frasi fatte a luoghi comuni spesso assolutamente fuori tema.
Eppure non sarebbe impossibile tentare di capire  cosa stia succedendo. La storia è antica, solo la forma è differente, non la sostanza.
Tutto incomincia quando circa nel 570 d. C. nasce un arabo che verrà chiamato il grandemente lodato, da tutti conosciuto come Maometto, un commerciante della città araba della Mecca.
Costui acquisce conoscenza delle due religioni monoteiste del tempo, ebraismo e cristianesimo, e decide di dare avvio ad una terza religione monoteista che, per il semplice fatto di essere stata concepita da lui doveva per forza essere quella vera, l’unica vera. Iniziò così la predicazione di un sistema religioso politico organizzativo dello stato basato sul principio che l’unico ad avere ragione fosse Maometto, tutti gli altri fossero dei cani infedeli degni di essere messi a morte, l’unica loro speranza poteva consistere nell’abbracciare il credo di Maometto, cioè nel rinunciare alla propria essenza per concepirne una totalmente diversa, immersa nella parola di Maometto e che potesse esistere solo in quanto pedissequa enunciazione dei suoi concetti, gli unici giusti in quanto suoi.
Dando avvio alla nuova religione il “profeta” in effetti costituì il germe di un nuovo modo di vivere, creò una filosofia con regole di vita in antitesi con quelle basate sul concetto greco di supremazia dell’uomo, inteso come intelligenza, definendo un dio quale unico riferimento di tutto ed annichilendo l’uomo stesso a mero esecutore della volontà di quel dio.
Nel contesto delle varie interpretazioni del nuovo verbo nacquero vari modi di ossequiare, di esaltare, l’unica cosa importante in assoluto, dio, relegando le differenze fra gli uomini esclusivamente a modi, diversi fra loro, rivolti tutti all’annullamento della propria identità come esseri a se stanti. L’uomo esiste solo in quanto espressione di dio, non può permettersi di prendere neppure lontanamente in considerazione la possibilità di aspetti della realtà differenti dal verbo divino.
Questo meccanismo fu estremamente valido dal punto di vista dei risultati, portò gente, nota fino ad allora come Ara bar cioè vagabondi delle sabbie, dislocati esclusivamente nella zona più meridionale della penisola araba, con qualche esperienza nomadica nella penisola stessa, ad acquisire un fortissimo spirito unitario di appartenenza ad un qualcosa, che non era la terra natale, come era avvenuto a tutti i popoli europei ed asiatici, ma la comunione in dio, la voce e la spada di quel dio che Maometto aveva per primo invocato.
Parla tremendamente chiaro la conquista di tutta l’Arabia, di tutto il medio oriente, terra grecolatina, e del nord Africa, la conquista della Ionia greca che oggi viene normalmente chiamata con il nome del popolo che l’ha invasa ed occupata trucidando quanti vi risiedevano da più di duemila anni, la successiva conquista delle terre slave come Albania, Bosnia e Cecenia, delle aree turcomanne del Turkmenistan, Afghanistan, Uzbekistan e Kazakhstan, delle aree mongole come il Kirgizistan e più tardi aree indiane come il Pakistan e parte dell’Indocina.
Ma il risultato più grande di Maometto è stato quello di aver creato un mostro che non potesse essere battuto dall’uomo, la mentalità islamica, l’accettazione, da parte di quella parte dell’umanità che si individua nell’islam, di una totale ed assoluta dipendenza dell’essere umano da dio, attraverso il rispetto pedissequo di quanto indicato negli scritti di un uomo, Maometto.
Ricordiamoci che questi è vissuto più di 1400 anni fa, con i limiti imposti dalle limitate conoscenze dell’epoca e che le regole che coartano l’esistenza dell’umanità islamica sono state espresse a quel tempo, con le conoscenze possibili  nel 600.  Proviamo a pensare bene a cosa abbiamo appena scritto, una parte incredibilmente grande della popolazione di questo pianeta vive seguendo il diktat di un uomo del Medioevo, non un Leonardo da Vinci, con le conoscenze di quasi mille anni dopo, e con un’intelligenza creativa insuperabile, ma un commerciante arabo pieno d’odio per quanti potessero dissentire dal suo pensiero. La lettura del Corano, nella forma indicata dalle comunità islamiche come, tradotta correttamente, è illuminante. Un approfondimento culturale ci permette di renderci conto che nessun mezzo usato per eliminare gli infedeli, per vincerli e per abbatterli, è considerato sbagliato. La menzogna a fin di bene, cioè ai fini della sopraffazione dell’infedele, è auspicata, non giustificata o permessa, ma suggerita come linea di condotta.
Questo tipo di conoscenza sarebbe auspicabile in chi intendesse affrontare il problema della cosiddetta integrazione. Ma questo tipo di conoscenza permetterebbe di rendersi conto che l’unica integrazione possibile per un islamico è l’eliminazione dei non islamici e che non è neppure concepibile per loro l’esistenza di un essere umano che anteponga il proprio stato di uomo rispetto a quello di strumento di dio.
La nostra società nasce dalla civiltà grecoromana che attribuiva all’uomo una valenza assoluta e di quella civiltà noi siamo il frutto, tant’è che la nostra religione, da sempre, asserisce l’importanza suprema del libero arbitrio dell’uomo anche nei confronti di Dio. La crocefissione di Cristo è la suprema dimostrazione dell’importanza dell’uomo come uomo, anche nei confronti di Dio. Forse è per questo motivo che quel simbolo è così inviso alla cultura islamica, che non soltanto nega il libero arbitrio, ma lo considera passibile di morte. Il padre di Sanaa, ma anche la moglie, i suoi conoscenti ed il mondo islamico giovane, che non ha ancora appreso l’arte della menzogna utile, lo sta testimoniando con la propria condanna alla martire del libero arbitrio.
Sanaa è morta perché essere umano pensante, perché si è rifiutata di osservare le imposizioni assolute di una cultura islamica, che nega la possibilità di esistere al di fuori del rispetto pedissequo di quanto ha scritto un commerciante arabo 1400 anni fa!
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