Duca di Pescolanciano (mpr), patrizio napoletano con uso di Don e Donna (mf), barone
di Civitanova S., Carovilli, Castiglione, Civitavetere (Duronia), Castel del
Giudice, Roccacinquemiglia, Sprondasino, Pietrabbondante (mf). (Cons.Aral.
ricon.D.M. 8 mar.1922, iscr.Libro d’Oro Nob.Ital. 1933, iscr.Elenco Nob.Ital.
Cons.Aral.Regno su G.U. 1934 p.16). La famiglia trae origine da talune tribù
elleniche, stanziatesi nella Magna Grecia identificate nel nome proprio di
Alexander,composto da “alexein”(proteggere) ed “ander”(o genitivo “andròs”,degli
uomini), dal significato etimologico “difensore degli uomini”. Le più antiche e
primordiali baronie possedute dal Casato furono collocate tra la penisola sorrentina
ed il Cilento. Si ricorda il miles Christi Guido de Alexandro, quale barone di
Roccagloriosa in Principato citeriore (fine XII sec.), perché menzionato nel
Catalogo del Borrelli tra i feudatari rossocrociati partiti per la Terra Santa
(terza croc.1189-92) ed approdato in terra di Apulia a fine del suo servizio in
qualità di precettore della domus di Lama per mandato del capitolo della provincia
di Puglia-Terra di Lavoro dell’Ordine del Tempio, presieduto da Pietro de Ays. In
detta provincia fiorì il ramo pugliese che ebbe tra i suoi ascendenti Lando de
Alexandro, componente della comunità templare della chiesa di S.Paterniano di
Ceprano (1269). Seguì una discendenza, godente di nobiltà cittadina in Ascoli
Satriano (sec.XVI, con insegna uguale ma leone che guarda a man destra), Barletta e
Foggia. Vi fu anche il noto Gio.Pietro d’Alessandro, dottore in legge, autore di
varie opere letterarie, quale la “Dimostrazione de’ luoghi tolti et imitati di più
autori di Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata”(1604). Suo contemporaneo Pietro
Ant. d’Alessandro divenne vescovo di S.Marco in Calabria (1688). Infine, si menziona
tra gli esponenti pugliesi di rilievo D.Pietro d’Alessandro di Trani, viceconsole
del Regno Due Sicilie per la Francia (1803-25) e già cavaliere di grazia
dell’Ord.Costantiniano S.Giorgio (1802-27). I collegamenti tra questo ramo e quello
principale campano (con leone a man sinistra nell’insegna e stelle della banda
attraversante ad otto punte)continuarono fino al XVIII secolo. Tra i membri più
illustri del ramo napoletano si menziona il nobile Angelo, consigliere del re Carlo
I d’Angiò, promosso Luogotenente del Regno (1282-85) per la sentita fedeltà alla
corona angioina. Il di lui figlio Ludovico fu arcivescovo di Sorrento (1266) e
importante referente del nucleo familiare che prese dimora nella suddetta città,
godendo della nobiltà di seggio di Dominoro (giudice Saverio ab Alexandro, 1304). Da
tale ramo sorrentino, che si spense nel XVIII sec., derivò poi la discendenza dei
d’Alessandro baroni della vicina terra di Albanella (Francesco Jr, sec.XV). Altro
figlio di Angelo fu Carlo, giustiziere di Calabria, provincia questa che vide
sviluppare un ramo calabrese con alcuni esponenti della famiglia, insigniti del
rango di nobili delle città di Melfi, Rossano e Mormanno. Tra gli esponenti
calabresi si rammenta Sebastiano, che vestì l’abito carmelitano in Catanzaro e fu
consacrato, in vecchiaia da papa Clemente X, vescovo di Ruvo(1672). Antonio
d’Alessandro fu intestatario delle proprietà feudali di Figurella (1781) e
Moncoturno (1796-1802), mentre una significativa presenza di altri personaggi si
riscontra nella città di Montalto Uffugo, ove i d’Alessandro ottennero il
riconoscimento di famiglia nobile con diritto di sedile (1793 con Gaetano,
risultante poi con Carlo tra i fondatori del convento degli Ordini dei Minimi,
1699). Nel ramo principale partenopeo, seguì, poi, Giovanni di Carlo, quale barone
di San Giorgio (fine sec.XIII), mentre il di lui figlio Francesco e fratello
Gualterio risultarono tra i baroni del Regno di Carlo II d’Angiò, che ne ordinò la
rivista in S.Germano (1291). Antonio di Francesco fu erario della città di Napoli
(1311), invece il fratello Alessandro fu maestro di Teologia e scelse di indossare
gli abiti religiosi diventando Generale dei frati Minori (1310), come avvenne per il
cugino frate Giovanni de Alessandro abate del convento di San Giovanni a Carbonara
in Napoli.Giovanni II, come il padre Antonio, fu erario di Napoli (1338), carica
questa assegnata anche al di lui figlio Antonio II (1343) dalla regina Giovanna I.
Giovanni III di Antonio, barone di Casanova, fu gran Camerario di Calabria (1415)
poi Maresciallo del Regno e giustiziere degli Scolari. Il Casato in Napoli fu molto
legato alla Casa d’Angiò tanto che Paolo di Giovanni III fu scelto quale segretario
personale della regina Giovanna II, che lo promosse al rango di familiare di costei
e lo nominò Direttore del gran Sigillo. Suo fratello Sansonetto fu pure familiare
della stessa regina angioina ed ebbe l’incarico di governatore di Montefusco e suoi
casali avellinesi (1415), nonché di Lucera e Foggia(1423). Costui fu il capostipite
primogenito napoletano del ramo d’Alessandro, duchi della Castellina/o (sul
Biferno), dal cui matrimonio con Maria Liguoro derivò un’illustre progenie. Camillo
fu cavaliere professo di Malta nel 1574, come lo fu poi Antonio ammesso all’Ordine
di Malta nel 1686. Portò splendore a questo ramo Giovanni Battista di Lelio e
N.Macedonio, perché tra i nobili fondatori dell’opera caritatevole del pio Monte
della Misericordia in Napoli (1601), di cui fu governatore(1609), nonché per essere
stato nominato dal sedil di Porto quale deputato autorizzato a trattare con il
viceré duca di Medina de Las Torres per l’abolizione di alcuni gravosi dazi. Re
Filippo IV di Spagna lo nominò duca della Castellina in Molise(1639), titolo
mantenuto dai discendenti fino al XVIII sec., allorquando morì il prelato Luigi,
vescovo di Foggia, e la di lui sorella Francesca sposò Gio.Battista Zunica, famiglia
che ne ereditò il predicato. Il patriziato dei d’Alessandro fu ascritto
inizialmente al sedile di Montagna (1460, Severo) e poco dopo (1492)a quello di
Porto (seppur già Paolillo, maestro razionale della Regia Camera, e sua sorella
Giovanella in Furiero furono ivi residenti da metà XIV sec.)in Napoli, mantenendo
tal’ultima registrazione fino all’epoca dell’abolizione dei seggi (1800), e poi vi
fece seguito la sola iscrizione nel Registro delle famiglie feudatarie. Il
giureconsulto Antonio di Paolo, iscritto al seggio di Porto, fu personaggio di
cultura stimato dalla monarchia Aragonese, formatosi presso F.Aretino e insignito
delle cariche di giudice della Vicaria (1481), auditore del re Ferdinando I
d’Aragona(1494-96), presidente della R.Camera della Sommaria, Viceprotonotario del
Regno, presidente del Sacro R. Consiglio(1503) e professore di giurisprudenza
nell’Univeristà partenopea dei regi studi. Per tali incarichi fu egli insignito del
collare dell’Ordine della Giara. Ambasciatore dei re d’Aragona presso numerose corti
regie(presso: il Papa Pio II nel 1458; il re Giovanni d’Aragona nel 1459; il re di
Francia; Lorenzo dei Medici, inviato speciale a Firenze nel 1481; diplomatico in
Milano e Venezia).Lo stesso compose le opere giuridiche: “Reportata Clarissimi U.I.
Interpetris Domini Antonii de Alexandro super II Codicis in Florenti studio
Parthenopeo”(1474), “Addictiones ad Consuetudines Neapolitanas”. Suo fratello,
l’illustre giurisperito-umanista Alessandro ab Alexandro, discepolo del Fidelfo ebbe
grande notorietà presso tutte le accademie delle corti d’Europa per la sua erudita
opera in sei libri “Genialium Dierum” (1522), alla quale fece le sue annotazioni
Andrea Tiraquello, regio senatore del parlamento parigino. Resse le sorti
dell’ateneo napoletano nel relativo periodo di decadenza. Per riconoscimento papale,
lo stesso ottenne in commenda, come abate, la badia di Carbone dell’Ordine di
S.Basilio (SS.Anastasio ed Elia) in Lucania. Agli eruditi fratelli seguì Pietro
Nicola, Razionale e Presidente della R.Camera Somm.(1457), che acquisì da re
Ferrante d’Aragona la baronia di Faicchio (1464-79), così come l’ultimo fratello
Jacobuccio I, gran falconiero reale e commensale di corte, ottenne dallo stesso
sovrano la baronia di Cardito. Da costui si originò il ramo partenopeo dei baroni di
Cardito, che si estinse nel XVIII sec. dopo quattro
generazioni. I più noti ascendenti furono: Crisostomo, abate benedettino di
Montecassino(1527-38); Antonio, deputato del sedil di Porto che contribuì con altri
Eletti alla costruzione della Cappella del Tesoro di S.Gennaro nel Duomo
napoletano(1527); Jacobuccio II che partecipò alla rivolta dei baroni (1528) contro
il governo spagnolo e riuscì a riscattarsi dalla punizione dell’imperatore Carlo V,
aderendo alla spedizione contro i turchi(1538) ed i fiorentini; Fulvio e Mercurio,
dottori in legge (1577) che con Pompeo ed il gesuita Gerolamo (fondatore della
“Congregazione degli Schiavi”) chiusero la progenie di tale ramo.
Contemporaneamente alla nascita dei d’Alessandro di Cardito, si formò altra
discendenza in Marigliano (insegna con stelle della banda trasversale ad otto punte
e con corona marchesale sovrastante; riconoscimento di nobili napoletani,mf, per
D.M.del 2 mag.1908)con capostipiti Nicola e Gabriele de Alessandro (1487).
Proprietari di vari casali (Cisterna)in Terra di Lavoro, vissero in parte a Napoli
fino al XVII sec..Giovanni Antonio, fu donatario di terre alla cappella di S.Nicola
in Marigliano(1497).Vi fu un Antonio, cavaliere milite(+1573), che con Mutio(+1585)
ed altri personaggi furono sepolti nella cappella gentilizia della chiesa Ave
Gratia Plena in Marigliano. Tra i sacerdoti, ebbero un abate, Alessandro(1695), e
padre Bernardino(1773), nonché si ricordano un Marco Antonio perché amico del
cavalier Marino(suo difensore in un processo per omicidio nel 1603/4) ed un
cavalier Gennaro per essere stato coinvolto nei tumulti del 1647 in Terra di
Lavoro. Il ramo principale napoletano, in seguito, ebbe altra discendenza.
Baldassarre del citato Pietro N. fu Ordinario e Regio Capitano, nonché governatore
dell’Aquila e Taranto. Il fratello primogenito Lorenzo, deputato per il sedil di
Porto, fu Ordinario Regio Capitano e Governatore di Monopoli(1514-20).Tali
personaggi si trovarono schierati nella rivolta baronale filo-francese (partito
angioino sostenitore del Lautrec,1527-29), come taluni cugini del ramo Cardito
(Giulio, Marco presidente R.Camera,Jacobuccio II), contro la dinastia
austro-iberica, non usufruendo dell’indulto del 1530 ma rimanendo coinvolti nei
processi sommari (con esproprio dei beni fondiari e rendite) voluti dall’asburgico
imperatore Carlo V. Cadde mortalmente sotto la punizione brutale del vicerè don
Pedro de Toledo, giunto a Napoli per dar corso ai processi contro i rivoltosi, anche
il giovane Fabrizio d’Alessandro fatto decapitare per partecipazione ai tumulti
contro il Tribunale dell’Inquisizione (1547). Dal matrimonio di Lorenzo con Cecilia
de Angelis (della famiglia imperiale greca) nacque Gio.Francesco, che con la moglie
Rita Baldassarre di Roccaraso riscattarono la sopravvenuta confisca e decadenza
familiare con l’acquisizione della baronia di Santa Maria dei Vignali e di
Pescolanciano (1576). Da tale capostipite è derivato l’odierno ramo vivente dei
duchi di Pescolanciano (con titolo ducale riconosciuto a Fabio Jr.nel 1654). Si
ricordano tra gli ascendenti di tale linea: il terzo barone
Gio.Gerolamo(+1642),coniugato a I.Sommai, per l’acquisizione delle baronie di
Carovilli e Castiglione(1619) nonché di Civitanova del Sannio e Sprondasino (1627);
il di lui fratello cav.Giovanni (n.1574,+1654),noto per la scuderia di cavalli
“saltatori” in Pescolanciano; altro fratello Agapito(n.1595+1655),marito di Beatrice
Ferri, per l’acquisto del feudo di Civitavetere(1629).Il successivo discendente,
I°duca Fabio(n.1626,+1676), di Agapito, invece eseguì rilevanti lavori di
ristrutturazione del maniero edificandovi un’area sacra, ove trasferì nel 1656 le
sacre reliquie del martire S.Alessandro, venerate secondo un rito religioso(iniziato
da suo fratello,l’Abate Alessandro) rifacendosi alla tradizione templare del
Casato.Suo figlio secondogenito Gio.Giuseppe(n.1656+1715), oltre ad abbellire la
dimora castellana in Pescolanciano con numerose opere d’arte di artisti famosi, è
noto alle cronache per il suo impegno letterario. Riconosciuto poeta barocco
dall’Accademia degli Oziosi, Giuseppe fu autore delle seguenti opere: “Pietra di
Paragone dei Cavalieri,Arte del Cavalcare”(1711,1714), “SelvaPoetica”(1713), “Arpa
Morale”(1714). Il primogenito duca Ettore(n.1694+1741) ristampò poi (1723) con
ulteriori aggiunte poetiche il componimento paterno,Arte del Cavalcare ed a costui
spettò ereditare (1729)dalla madre,Anna M.Baldassarre Marchesani, i feudi di Castel
del Giudice e Roccacinquemiglia. Suo successivo nipote Pasquale Maria
d’Alessandro(n.1756+1816), figlio del V°duca e X°baro.Nicola M. ed Eleonora
Castromediano Limburgo Acquaviva d’Aragona, acquisì il feudo di
Pietrabbondante(1789).Costui, appassionato di alchimia, fu celebre perché fondò la
nota fabbrica di ceramiche e porcellane presso il castello di
Pescolanciano(1783-1795), producendo diversi manufatti (con variegati decori, quali
le insegne araldiche del Casato o le palme sull’isola, i salici con gli uccelli,
fiorature al ticchio), conservati presso vari musei italiani (S.Martino Na,
Artistico e industriale, duca di Martina di Napoli, Faenza, Baranello)ed esteri
(Louvre,Sanpietroburgo per donazione fatta allo zar Paolo I delle Russie).Fu
insignito della croce di devozione del S.M.Ordine Gerosolimitano(1794), in cui
furono cavalieri professi lo zio Francesco(1778) ed il fratello Francesco
Maria(1795).Il duca Pasquale, gradito da re Ferdinando IV di Borbone per le sue
capacità artistiche, fu nominato Sovrint.delle fortificazioni e direttore di ponti e
strade in Napoli(fine XVIII sec.), nonché socio della Soc. Economica della Prov. di
Molise(1810).Il nipote, VIII°duca Giovanni Maria(n.1824+1910) di Nicola M.II ed
Aurora Ruffo Scilla di Calabria, conservò la passione per le arti e la storia,
occupandosi degli scavi archeologici di Pietrabbondante (in qualità di
Sovrintendente Regio,1857) con sommo plauso dell’amico archeologo tedesco Theodor
Mommsen. Fedele alla dinastia dei Borbone, il duca Giovanni fu: capo plotone della
Guardia Cittadina (sotto il comando di S.A.R. Leopoldo di Borbone,1847); consigliere
Prov.Campobasso(1851); capo plotone Guardia d’Onore
Prov.Molise(1855);presid.Consigl.distretto d’Isernia, ottenendo l’onoreficienza
delle “Chiavi d’Oro”(1858). Per il suo coinvolgimento nei moti legittimisti in
Molise, contro l’esercito piemontese, fu fregiato dal re Francesco II di Borbone
della “Gran Croce” S.R.M.Ordine Costantiniano(1860), seguendolo nell’esilio in Roma,
ove risiedette fino al 1865, ritornando poi a Napoli.
ARMA DUCHI PESCOLANCIANO: Di oro al leone rampante di rosso con la banda di nero
caricata di tre stelle a cinque(sei) raggi di oro attraversante, con gli ornamenti
ducali di corona e mantella e svolazzi d’oro, rosso e nero. MOTTO: Te sine quid
moliar.
archivi consultati:
Archivio di Stato d'Isernia - Archivio
di Stato notarile Napoli - Archivio ducale centro studi d'Alessandro
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