La tradizione familiare fa discendere la Famiglia Gotti da un superstite del Popolo Visigoto giunto a Volterra dopo la sconfitta subita dal Re Teia nel 553 d.C. a Sarno, vicino Napoli. Prova di ciò è anche l'uso che fece la famiglia Gotti fin da tempi remoti del motto che recitava "Ab ortu ad occasum", a significare che i Gotti erano venuti dall'Oriente in Occidente. Tuttora tale motto è usato dalla Famiglia Gotti Lega, che usa anche il medesimo stemma Gotti e che costituisce altro ramo dei Gotti di Volterra. E' provata la discendenza della Famiglia Gotti non interrotta dal 1254 fino ai nostri giorni. In quell'anno viveva infatti a Volterra un Ser Gotto Giudice e Notaro dal cui nipote di figlio, Guiduccio, si diramò la Famiglia che dette Uomini illustri fino all'epoca presente.
Con Imperial Regi Rescritti Granducali del 15 dicembre 1826 e del 30 marzo 1851 i Gotti furono ascritti al Patriziato di Volterra, e sempre al ceppo di Volterra si allacciano i Gotti di Liguria a cui apparteneva il Cardinale Girolamo Maria Gotti, Carmelitano scalzo, del Titolo di Santa Maria della Scala, creato Cardinale da Papa Leone XIII° il 29.11.1895, Arcivescovo Titolare di Petra e Nunzio Apostolico in Brasile, che usava lo stesso stemma dei Gotti di Volterra, morto a Roma il 19 marzo 1916, e sepolto nel Cimitero romano del Verano. Altro ramo della Famiglia Gotti si trasferì a Bologna ove ebbe i natali il Celebre Cardinale, domenicano, Vincenzo Luigi Gotti del Titolo di San Sisto Vecchio, Patriarca Gerosolimitano, morto il 18 settembre 1742 a Roma all'età di 78 anni, creato Cardinale dal Papa Benedetto XIII° il 30.4.1728, e sepolto nella Chiesa di San Sisto Vecchio a Roma. Nel complesso monumentale della Chiesa di Santo Stefano a Bologna si trova riprodotto sul muro esterno della Chiesa lo stemma dei Gotti di Volterra. Altro ramo si trasferì a Torino dove nacque Enrico Gotti che sposò a Roma il 26 novembre 1891 la Principessa Maria Bonaparte, dando vita alla Famiglia Gotti Bonaparte. Enrico Gotti Bonaparte, Generale di Brigata dei Bersaglieri e facente parte della Commissione interalleata per la definizione dei confini albanesi, fu trucidato il 6 giugno 1920 dagli albanesi vicino a Valona. A questo ramo apparteneva anche la Famiglia Gotti di Salerano il cui Palazzo nella città di Cherasco è sede del Museo civico Adriani.
Alla Famiglia Gotti fu concesso il privilegio di accogliere i nuovi Vescovi che prendevano possesso della Diocesi di Volterra. A tutt'oggi si conservano le orazioni di Antonio di Guiduccio di Giovanni Gotti per l'ingresso del Vescovo Giovanni Neroni Diotisalvi nel 1450, quella del 1509 per l'ingresso del Vescovo Giuliano di Giuliano Soderini, quella del 1566 di Giusto di Pietro di Francesco Gotti per l'ingresso del Vescovo Alessandro Strozzi, quella di Giovanni di Tommaso Gotti per l'ingresso del Vescovo Guido Serguidi avvenuta il 21 dicembre 1574 (Leoncini - "Illustrazione della Cattedrale di Volterra" - Siena 1869 e Codicetto cartaceo 9637 della Biblioteca Guarnacci di Volterra).
Le origini di questo privilegio, nella tradizione di Famiglia, vengono fatte risalire a Papa Callisto II°, già Guido di Guglielmo il Grande, Conte di Borgogna che nel 1120 visitò la città di Volterra durante il viaggio che lo portava dalla Francia a Roma dopo l'elezione al Seggio di Pietro, e fu ospite per alcuni giorni del Vescovo Rosero di Volterra unitamente a 12 Cardinali e all'Arcivescovo di Pisa Atto, oltre ad altri Vescovi e dignitari. Infatti in quella occasione i volterrani mandarono a ricevere il Papa ed il suo seguito all'arrivo nel porto di Vada, le loro milizie capeggiate, in qualità di Ambasciatore, da Guido di Gotario Gotti, come riportato da R. Maffei in "Storia volterrana" a pag. 57, dove riferisce che "il buon pontefice fu ricevuto ai confini da Guido di Gotario Gotti, Ambasciatore dei Volterrani, ed accompagnato dalle milizie a piedi et a cavallo".
Gasparo Amidei nella "Storia Volterrana" - 1864 - a pag. 219, all'anno 1267 così racconta: "ottenuta dai Guelfi questa facile vittoria senza quasi spargimento di sangue si diedero tosto a riformare il Governo, pigliandosene l'incarico il Cav. Fortino Zacchi, Paolino detto Bava dei Riccobaldi, Terrazzano Maffei, Guido Gotti, Selvatico Guidi dei Conti di Certaldo. Questi ridotta la città a parte guelfa, e secondo l'uso di quella istituito il governo, fecero tosto tornare il Vescovo Alberto, ricevendolo con quei medesimi onori che i Vescovi sono soliti essere ricevuti nel primo loro ingresso. Ridotto il magistrato supremo degli Anziani al numero di dieci, e volendo ancora che il popolo partecipasse a questa dignità, ordinarono che cinque fossero sempre delle famiglie grandi e cinque dei cittadini più bassi che si chiamavano popolani. Ed a questo effetto fecero due libri, uno intitolato , dove si scrivevano quelli delle Famiglie Grandi e Magnatizie, e nell'atro intitolato per le Famiglie minori".
Da allora la Famiglia Gotti venne iscritta nel Libro Bianco delle "Famiglie Grandi e Magnatizie" di Volterra.
La Famiglia Gotti ha dato 105 Priori alla Città di Volterra tra cui Ser Giovanni (1348), Ser Bartolomeo (1387), Ser Michele (1399), Ser Guiduccio (1402 e 1433), Ser Agostino Sindaco e Procuratore della Compagnia della Chiesa di San Giusto (1437), Ser Antonio (1437) e nel Codice Sec. XVII° (mas-n. 5674-2.3.13) di pag. 500 che contiene il Priorista della Città di Volterra dal 1445 al 1643 e si trova nell'Archivio storico comunale di Volterra (Museo e Biblioteca Guarnacci) sono elencati n.99 Priori appartenenti alla Famiglia Gotti. Ser Giovanni Maria fu dispensiere del Comune di Volterra nel 1587; Ser Giusto morto il 18 gennaio 1656 fu sepolto nella tomba di Famiglia nella Chiesa di San Giovanni a Volterra.
La Famiglia Gotti strinse nobili alleanze con i Maffei, gli Incontri, i Riccobaldi del Bava, i Falconcini, i Picchinesi, i Guidi di Certaldo, gli Inghirami Fei, i Caffarecci, i Nomis, i Gabbretani, ecc. Nell'assedio di Volterra del 1530 da parte del Capitano fiorentino Francesco Ferrucci i fratelli Ser Antonio, Giovanni e Francesco Gotti si opposero per la libertà della Città e rischiarono la vita perché condannati all'impiccagione e rinchiusi nella torre del Mastio di Volterra, e riscattarono la loro libertà con il pagamento di 5.000 ducati d'oro.
Nel 1580 essendo sorta una disputa tra gli abitanti di Volterra se accordarsi con il Papa oppure no, avendo già sottomesso alla devozione del Papa le città di Borgo San Sepolcro, Anghiari, Montepulciano e tutti i Castelli della Val d'Arno e della Val di Chiana, racconta il Varchi nella "Storia Fiorentina" Tomo II° Capo 373 e 374, che "finalmente si venne a questa deliberazione, che si creassero dieci cittadini, i quali insieme al Commissario e col Capitano di Volterra vedessero di provvedere alla salvezza della città. Gli uomini adunque che furono eletti a trattare queste cose furono questi: Messer Paolo Maffei, Messer Ludovico Landini, Ser Agostino Falconcini, Ser Giovanni Gotti, Ludovico Incontro, Giovanni Marchi, Mariotto Lisci, Michelangelo Fei, Ser Niccolò Laostelli e Niccola Gherardi".
Il dott. Pierfrancesco Gotti con testamento a Rogito del Notaro Ser Lorenzo Tenagli del 23 giugno 1585 lasciava, tutte le sue proprietà terriere in Caselli, al Comune di Volterra affinchè fossero istituiti posti di studio in teologia, legge, medicina o arti presso le Università toscane. Dal suddetto testamento si rileva che la sua abitazione era nella contrada del borgo, nel popolo della Cattedrale in luogo detto San Cristofano, e che Egli volle essere tumulato nella Chiesa di San Giovanni, nella tomba di Famiglia.
Marcantonio Gotti nella metà del 1600 fu Podestà di Fucecchio, sul cui Palazzo comunale trovasi lo stemma Gotti. Alla fine del 1600 il Dott. Cosimo Maria Gotti si trasferì a Firenze dando vita al ramo fiorentino dei Gotti, ed a Firenze risedette nel 1733 nel Supremo Gran Consiglio dei Dugento e fu Cancelliere dell'Ufficio dell'Abbondanza. Lo stesso eresse lo Jus Patronatus della Chiesa di San Pier Maggiore in Firenze nella Cappella Gentilizia del SS. Rosario. Il Dott. Anton Domenico Gotti nato nel 1681, fu nominato Protomedico della Corte Granducale, era discepolo del Bellini e succedette a Giuseppe Zambeccari nell'Università di Pisa, e dal 1711 fu Professore di Medicina Teoretica e Anatomia all'Accademia Pisana per 25 anni, pubblicò "Esercitazione Medica" a Firenze nel 1709, un trattato sull'idropisia e le sue cause, nel quale disquisisce lungamente sui vasi linfatici che il Bartolini aveva scoperto non molto tempo prima.
Aurelio Gotti. letterato toscano, nacque a Firenze il 16 marzo 1834. Compì gli studi in Livorno dapprima presso i Padri Barnabiti, poi a Firenze in San Giovannino degli Scolopi. Nel 1851 passò a Pisa dove attese contemporaneamente agli studi di Legge e di Filologia, ma un anno dopo si trasferì a Siena dove conseguì la laurea in Giurisprudenza nel 1854; colà però coltivò più le lettere che le leggi, convivendo quasi fraternamente con letterati quali Gaetano Milanesi, Luigi Massini, Giuseppe Vaselli ed altri egregi. A Siena aveva già nome di studioso, ed i professori più dotti nelle scienze morali e filologiche, come il Giorgini ed il Mazzuoli, gli portavano singolare affetto. A Siena Aurelio Gotti pubblicò "Aggiunta ai proverbi toscani di Giuseppe Giusti" (1854) e copiò il "Volgarizzamento dell'Eneide di Virgilio di Ciampolo di Meo degli Ugurgeri" che passò alle stampe appena tornato a Firenze nel 1858. Queste pubblicazioni valsero al giovane Autore la stima e l'affetto del Prof. Centofanti, di G.P. Vieusseux, di Raffaello Lambruschini e di Gino Capponi, e poi gli apersero le porte dell'Accademia della Crusca . in cui fu nominato nel 1857 Accademico Compilatore. Nel 1859 fu creato Ispettore speciale delle Scuole primarie sotto il Lambruschini, e collega dei proff. Buonasic e Conti. Con loro prese parte alla stampa del periodico "La Famiglia e la Scuola" dove furono pubblicati alcuni suoi saggi sull'educazione, che poi raccolti diedero vita al volume intitolato "Diporti di un Maestro di Scuola, per saggio d'insegnamento orale" (Firenze 1860). Nel 1861 fu nominato dal Governo Unitario Italiano Direttore della Segreteria della Pubblica Istruzione in Toscana, e nel 1864 Direttore delle Gallerie e dei Musei in Firenze. Fondamentali contributi dette all'Accademia dei Georgofili con studi sulla mezzadria del 1868. Aurelio Gotti oltre alle cose fin qui stampate ripubblicò "La Storia d'Europa del Giambullari" (Firenze 1856); un libretto educativo dal titolo "Giudizio e Lavoro" (Firenze 1871); un volume di "Diritti varii in verso e in prosa di G. Giusti" (1866); "La storia delle Gallerie di Firenze" (1872), grosso volume in 8°, e "La vita di Michelangelo Buonarroti" due volumi in 8° che furono stampati dalla tipografia della Gazzetta d'Italia in occasione del IV° Centenario della nascita del Grande Artista (1875). Di questa opera furono fatte traduzioni in francese ed in inglese. Inoltre tra l'altro dette alle stampe una "Storia di Palazzo Vecchio in Firenze" (G. Civelli - Firenze 1889) e la "Narrazione delle Feste fatte in Firenze nel maggio 1887 per lo scoprimento della facciata di Santa Maria del Fiore nel V° Centenario della nascita di Donatello" (S. Landi - Firenze 1890). Morì in Roma il 7 gennaio 1904. La sua vita è riassunta nella lapide apposta sulla casa paterna di Lajatico (Volterra), dettata dal suo amico Prof. Augusto Conti e scoperta il 4 settembre 1904:
Dr AURELIO GOTTI
ACCADEMICO DELLA CRUSCA
AUTORE OPEROSO DI MOLTI E VARI LIBRI
BELLI DI CONTRAPPOSTI ARMONIOSI
QUI IN FRONTE ALLA CASA PATERNA
DOVE EGLI SOLEVA RIPOSARSI DALLE FATICHE DEGLI STUDI
IL POPOLO DI LAJATICO
VOLLE RICORDARE IL NOME
AD EMULAZIONE ED ESEMPIO
NACQUE IN FIRENZE IL 16 MARZO 1833
MORì IN ROMA IL 7 GENNAIO 1904
VEDOVO DA POCHI GIORNI
DELL'AMATISSIMA SUA CONSORTE
CESIRA GOTTI
Il Dott. Tommaso Gotti (nato l'8 novembre 1792 e morto a Firenze il 12 luglio 1853) fu dal 1841 Cancelliere del Comune di Firenze. Questo Funzionario ebbe un ruolo fondamentale nella comunità fiorentina, in quanto Notaio attuario degli organi collegiali, e ufficiale nominato dal Governo granducale per vigilare sull'ente locale, soprattutto relativamente all'amministrazione economica ed al funzionamento del sistema tributario.
Nel 1730 con Decreto Granducale fu conferita al Dott. Innocenzo di Valerio Gotti la cittadinanza pisana, e nel 1654 i Gotti furono creati Cittadini Fiorentini per Gonfalone Leon d'Oro e del Vajo.
Il dott. Gaetano, Antonio, Raffaello e Giuseppe Gotti furono volontari nel II° Battaglione civico fiorentino e furono fatti prigionieri dalle truppe austriache nella battaglia combattuta il 29 maggio 1848 a Curtatone e Montanara, e furono tenuti prigionieri per quattro mesi nella fortezza di Theresienstadt (Boemia), da dove evasero tutti e quattro con un audacissimo stratagemma, mentre il figlio minore del Dott. Tommaso, Leopoldo, nato a Firenze il 23 gennaio 1844 e morto a Roma il 2 novembre 1902, fu ufficiale dei Bersaglieri e veterano delle Campagne di Guerra 1866-1870, e dopo il congedo da Maggiore dei Bersaglieri, fu nominato Direttore del personale della nuova Banca d'Italia con sede in Roma, via Nazionale, ed era insignito delle Croce di Cavaliere della Corona d'Italia con R.D. 30 novembre 1873, ed insignito altresì della Croce di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro con R.D. 23 agosto 1897.
La Famiglia Gotti ha avuto la Beata Cecilia dell'Ordine delle Suore
Francescane..
L'8 ottobre 1885 il Capitano del 6° Reggimento Bersaglieri, Leopoldo Gotti, Patrizio di Volterra, sposa a Napoli Donna Elisabetta dei Marchesi Porcinari dei Duchi di Gagliati, Patrizia Aquilana, dando così origine alla Famiglia Gotti Porcinari; infatti la Famiglia Porcinari si perpetua nella Famiglia Gotti, essendosi estinta nella sua linea diretta.
La Famiglia Porcinari ha origine dal Castello di Porcinaro, nel contado Aquilano. Come ci descrive Matilde Oddo Bonafede nella sua "Storia popolare della Città dell'Aquila degli Abruzzi dalla sua fondazione al 1888" (Carabba Editore - Lanciano 1889) nel 1380 gli abitanti di Amatrice prima invasero Città Reale e poi il territorio de L'Aquila. Il Capitano Conte di San Valentino "indisse guerra agli amatriciani e si pose alla testa delle forze aquilane. Campotosto fu distrutta ma l'Amatrice non fu presa; si venne a patti per l'intromissione degli ascolani, ma i patti non furono adempiti, ed appena quei dell'Aquila tornarono in Patria, gli amatriciani invasero Vio e Porcinaro, castelli del contado aquilano: Quindi nuova spedizione contro l'Amatrice, ma anche questa senza grande fortuna. Merita di essere raccontato il seguente fatto. Gli amatriciani avevano fatto preda in Vio e Porcinaro, e mandato tutto nelle Marche per essere venduto. I Governatori di Camerino sequestrarono ogni cosa e scrissero all'Aquila perché facesse valere le sue ragioni sulla roba sequestrata. Cominciarono le discussioni, ma alla conclusione non si venne mai, e certo Messer Delfo di Camerino seppe mandar le cose tanto a lungo, che alla fine tenne la roba sequestrata per sé a titolo di mantenimento, di avvocazia e di ricovero, e non ne ebbero né quelli dell'Amatrice né quei dell'Aquila." (pagg. 122 e 123).
Con la fondazione de L'Aquila nel 1245 ad opera di Federico II° di Svevia, la Famiglia Porcinari si era trasferita a L'Aquila dove costruì un quartiere con il Palazzo Porcinari, tuttora integro e situato in via Roma 31/33, oggi sede di un dipartimento dell'Università.
Il primo Porcinari di cui si ha notizia è Mattarone, creato da Re Roberto d'Angiò Cavaliere e Barone, e fu anche Cavaliere di Malta, morì il 19 gennaio 1338 per mano della rivale Famiglia dei Camponeschi che lo uccisero nel suo Palazzo de L'Aquila insieme a quattordici suoi seguaci
Nicola, Conte Palatino, si laureò in Diritto presso l'Università di Siena nel 1408 insieme ad Enea Silvio Piccolomini divenuto successivamente Papa Pio II°, dapprima fu Podestà di Fermo, Podestà di Firenze nel 1440, e nel 1443 fu il Primo tra i Cinque della Signoria de L'Aquila, Rettore dell'Università di Perugia nel 1451 fino a che nel 1452 non fu nominato Senatore di Roma; da Alfonso I° d'Aragona fu scelto quale suo Regio Consigliere nel 1455, nel 1456 fu Presidente della Regia Camera della Sommaria e nel 1458 Reggente della Gran Corte della Vicaria, nel 1459 Vicario Generale del Re Ferdinando d'Aragona per le province di Terra di Lavoro, Molise, Abruzzo, Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto, nel 1460 Bajuolo e Giudice delle Cause Civili in Terra d'Abruzzo, nel 1467 fu Ambasciatore del Re di Napoli presso la Repubblica fiorentina e nel 1469 Regio Consigliere di Re Ferdinando I°. e di nuovo Reggente della Vicaria nel 1473, nel 1475 Commissario Generale contro ai Delinquenti per tutto il Reame di Napoli. Nel 1476 morì Niccolò Porcinari, e per testamento lasciò metà della sua biblioteca ed un quarto delle sue greggi a Santa Maria di Collemaggio, come ci riferisce Ludovico Antinori nella sua Storia aquilana. Lo stesso Autore riferisce tra l'altro che Egli fu "Giudice giusto ma severissimo, che mai si lasciò per qual siasi riguardo traviare dalla dritta via della giustizia".
Nicola Porcinari quando fu Senatore di Roma assistette all'ultima incoronazione imperiale della storia, come riferito da Ferdinando Gregorovius nella sua "Storia della Città di Roma nel Medio Evo" nel libro tredicesimo al capitolo 2°. Infatti, racconta il Gregorovius, che l'Imperatore Federico III° di Germania giunse insieme a colei che doveva diventare sua moglie, Leonora di Portogallo, "l'8 marzo 1452 in vista di Roma con più di duemila cavalieri. Sostò sulla prima collina dalla quale l'occhio può spaziare liberamente sulla città e la ammirò in quel lago di fuoco che la avvolge al tramonto. Il clero, i magistrati, i nobili con alla testa i Colonna gli vennero incontro. Egli degnò appena di un saluto i cardinali, ma trattò con riguardo particolare il Senatore Niccolò de Porcinario di Aquila, dotto compagno di studi del Piccolomini; si scoprì il capo e gli si fece incontro abbracciandolo" Il 16 marzo il Papa Niccolò V° benedisse le nozze di Federico con Leonora ed il 18 marzo incoronò Federico III° imponendogli sul capo la Corona Ferrea, che in realtà fu sostituita da quella d'argento recata da Aquisgrana. "Questa fu l'ultima incoronazione imperiale celebrata nella città di Roma", come appunto riferisce il Gregorovius.
Nella Storia Aquilana del Murat a pag. 911 si legge "Nella facciata del suo Palazzo, posseduto ancora da Porcinari presso il Monastero delle Scalze di Santa Chiara vi è inciso:
TEPORE NICOLAI PP. V. FEDERICUS REX CORONATUR
PAX HUIC DOMUI SENATORIS ARAGONENSIS
MAGNIFICI NOCOLAI DE PORCINARIO COMITIS PALATINI
LL. DOCTORIS ET MILITIS REGII CONSILIARII
ET IUSTITIARII MCCCCLXXI
Micuccio Porcinari nel 1454 membro del Consiglio dei Procuratori per la costruzione della Basilica di San Bernardino da Siena a L'Aquila, nel 1458 fu Consigliere del Re Ferdinando d'Aragona, che gli donò once 12 di argento annue, e nel 1464 fu creato Notaio Credenziere della Gabella delle grasce d'Abruzzo, nel 1465 Sindaco dell'Arte della Lana, nel 1466 fu secondo dei Cinque della Città dell'Aquila, nel 1467 fu oratore del Re Ferdinando d'Aragona e nel 1468 esercitò l'impiego di depositario, nel 1469 Console in Abruzzo delle Nazioni Francese, Tedesca ed Inglese. Domenico de Porcinari nel 1460 fu Barone e feudatario di Penne, ed i suoi eredi lo furono fino al 1499.
La Famiglia Porcinari era proprietaria dei 3/10 della Montagna Porcinari, che vendette per 6.000 Ducati al sig. Luigi Cappelli, proprietario degli altri 7/10 intono al 1845, ed anche aveva avuto nel passato diritti sul Monte Franchi e sui territori circostanti dove oggi si trova il lago artificiale di Campotosto, nei comuni di Mascioni e S. Giovanni de' Porcinari, e vi allevava da sempre grandi quantità di armenti che inviava durante il periodo della transumanza verso i pascoli dello Stato Pontificio. Il Prof. Andrea Di Nicola, in un suo lavoro sulla transumanza ha potuto accertare che da alcuni atti relativi ad un periodo compreso fra il 1414 ed il 1424 risulta chiaramente come fosse avvenuto più di un passaggio attraverso la dogana di "Passo" in prossimità di Rieti di armenti intestati ai Porcinari comprendenti 180.000 pecore, 500 muli e salmerie varie.
Nel 1467 è ospite della Famiglia Porcinari in Aquila il Principe Orso Orsini in occasione del suo viaggio che lo doveva portare ad incontrarsi con Cesare Borgia, che poi lo farà avvelenare durante un pranzo che sarà tenuto nel Castello di Senigaglia.
Bartolomeo Porcinari, Patrizio aquilano, Conte Palatino fu Barone di Fossa, Ocre, Onna, Barete, Arischia e fu creato Cittadino Romano il 9 febbraio 1563, ed anche Capitano di Cavalleria.
La Famiglia Porcinari non partecipò alla congiura dei Baroni del 1485-86, promossa contro Re Ferdinando I° d'Aragona, e per questo ebbe riconoscimenti ed onori dai Re d'Aragona.
Nel 1562 Giovanni Francesco Porcinari acquistò dalla Real Corte le Baronie di Arischia e San Benedetto, nel contado Aquilano.
Nel 1563 i feudi di Onna e Barete passarono ad Elisabetta Pica, madre di Giovannantonio e di Prospero Porcinari, e dal luglio 1565 fino al 25 agosto 1572 fu Barone di Ocre Giovanni Antonio Porcinari, e dopo questi lo fu Prospero Porcinari fino al 1578.
Nel 1400 e nel 1500 la Famiglia Porcinari ebbe anche i Feudi e fu pertanto Barone di Porcinaro, Fossa, Pizzoli, Trotta, Cupolo, Penne, San Vittorino, tutti nel contado aquilano.
Nel 1537 Gianfrancesco Porcinari fu Capitano di fanteria e con 300 uomini militò sotto Carlo V° contro i Turchi, e anche difese L'Aquila contro l'invasione di Filiberto d'Orange. Giacinto Porcinari nel 1647 fece parte del Consiglio composto dai Magistrati e dai migliori cittadini aquilani, che risiedeva in permanenza per far ottenere buoni provvedimenti a favore dell'Aquila dal Viceré Duca d'Arcos, a seguito della rivolta di Masaniello a cui non partecipò la cittadinanza de L'Aquila.
Intorno al 1660 i Porcinari lasciarono L'Aquila e si trasferirono a Napoli. Ippolito Porcinari, Avvocato di molta rinomanza in Napoli, fu chiamato a Presiedere la Regia Camera della Sommaria nel 1707 e morì a L'Aquila il 20 luglio 1715, ed ha scritto "Comparsa apologetica per la fedelissima Città dell'Aquila e i possessori delle montagne di essa città contro la denunzia fatta dal R. Fisco" Napoli 1687, mentre suo figlio Ferdinando fu Capo ruota della Regia Camera di Santa Chiara e Capo ruota del Supremo Real Consiglio, nel 1753 è stato creato Cavaliere di Gran Croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. Giovan Battista Porcinari Barone di Barete e di Arischia fu ricevuto Cavaliere di Giustizia della Lingua d'Italia dell'Ordine di Malta con Bolla del 12.6.1717, e Nicola Porcinari lo fu con Bolla del 15.6.1763.
La Famiglia Porcinari abitò nel 1700 e nel 1800 il Palazzo avito sito in Napoli, Via Egiziaca a Pizzofalcone, dapprima con numero civico 75 e poi 59. Nel Palazzo la Famiglia Porcinari raccolse un vero museo di opere d'arte antiche e contemporanee. Infatti era famosa la raccolta di vasi greci ed ellenistici che alla fine del 1700 fu venduta a Sir William Hamilton, Ambasciatore di S.M. Britannica presso la Corte dei Borboni, il quale fece fare delle incisioni riproducenti le figure dipinte sui vasi, e poi vendette la collezione al British Musem di Londra ove attualmente si trova sotto la denominazione "Collezione Porcinari". Nel Museo di Famiglia si trovavano anche 25 vasi etruschi piccoli ed uno grande, attualmente nel Museo di Capodimonte a Napoli, unitamente a molti quadri ed arredi dell'avito Palazzo. In un inventario del 6 agosto 1808 vengono indicati far parte della quadreria Porcinari 514 quadri di varie grandezze e di vari autori, oltre a mobilio, porcellane, vasellame anche etrusco. In un altro inventario del 29 agosto 1831 tra gli altri vengono elencati quadri del Poussin, della scuola di Tiziano, di scuola fiamminga, di Polidoro da Caravaggio, di pittori fiamminghi, un disegno di Raffaello, oltre ad altri quadri di scuola napoletana, di scuola veneziana, pitture su tavola di scuola fiorentina, di scuola dello Spagnoletto, di scuola di Guido Reni, eccetera. Vi è notizia che il Museo Porcinari sia stato visitato, tra gli altri, da Re Gioacchino Murat e dal Principe Girolano Napoleone Bonaparte..
Con sovrana Determinazione del 18.9.1849 viene rinnovato ad Ippolito Porcinari ed ai suoi discendenti il titolo di Marchese sul cognome con anzianità dal 1781, e di Duca di Gagliati con anzianità dal 1727 per successione di Alfonso Sanchez de Luna d'Aragona. Infatti quest'ultima Famiglia si è estinta nella Famiglia Porcinari, che ha pertanto anche aggiunto al proprio stemma, lo stemma Sanchez de Luna d'Aragona, che ora fa parte dello stemma Gotti Porcinari.
Il primo Sanchez de Luna d'Aragona di cui si ha notizia in Italia è Alonzo III° già Tesoriere del Regno di Napoli per conto dei Re d'Aragona, e Marchese di Grottola, la cui moglie Donna Caterina de Luna acquistò nel 1569 la Signoria di Sant'Arpino, che fu trasformata in Ducato da Giovanni IV° nel 1664. Questa dinastia di Feudatari terminerà nel 1806 con l'abolizione della feudalità voluta da Re Gioacchino Murat. Il Terzo Duca di Sant'Arpino dal 1694 al 1763, Giovanni Nicola Sanchez de Luna d'Aragona riceve da Luca Sanseverino Barone di San Marco per vincoli matrimoniali il feudo di Gagliato nel 1626, al quale impose il titolo di Marchese. Successivamente nel 1714 il feudo tornò ai Sanseverino, mentre 12 anni dopo il feudo di Gagliato fu riacquistato da Giovanni Nicola Sanchez de Luna d'Aragona che vi incardinò il titolo di Duca, divenendone appunto Primo Duca. In data 13 agosto 1740 gli stessi Sanchez de Luna d'Aragona lo alienarono alla famiglia cosentina dei Castiglione Morelli unitamente al feudo di Monterosso, per complessivi 45.000 Ducati. Il Marchese Francesco Maria Castiglione Morelli trasformava la terra di Gagliato in Baronia che veniva classificata "portolania e zecca".
Nel 1810 Teresa Sanchez de Luna d'Aragona sposa Don Ambrogio Caracciolo Rossi, Principe di Avellino e Torchiarolo, il quale eredita le proprietà ed il titolo di Sant'Arpino; la sorella Orsola Sanchez de Luna d'Aragona sposa invece il Marchese Don Ippolito Porcinari al quale poi viene riconosciuto il titolo di Duca di Gagliati, per successione dei Sanchez de Luna d'Aragona, con la Sovrana determinazione del 1849.
Risulta inoltre che il giorno 13 novembre 1860 essendo incominciato il vero e proprio assedio alla fortezza di Gaeta, il Generale Salzano presentò al Re Francesco II° le dimissioni per motivi di salute e fu provvisoriamente sostituito dal Generale Sanchez de Luna. Il l6 febbraio 1861 il Generale Ritucci convocò il Consiglio di Difesa della fortezza di Gaeta per decidere sulla resa della fortezza, ed al Consiglio parteciparono 31 Ufficiali Superiori tra cui il Barone Pasca di Magliano dell'Armata di Mare, ed il Generale Sanchez de Luna.
Inoltre i Sanchez de Luna d'Aragona hanno avuto l'Arcivescovo di Taranto Isidoro, o.s.b. che ha retto l'Arcidiocesi dal 1754 al 1759, e l'Arcivescovo Nicola che ha retto l'Arcidiocesi di Nola dal 13.5.1764 fino alla morte avvenuta il 23.4.1768.
Si fa appartenere alla medesima Famiglia dei Conti De Luna, già imparentata con la reale Famiglia d'Aragona, l'Antipapa Benedetto XIII° nato a Ilascas (Aragona) col nome di Pietro De Luna, il quale fu Papa dal 1394 e deposto nel 1414, fu rieletto Papa nel 1417, e muore nel 1423.
Nel 1794 il Marchese Don Ippolito Porcinari è Capo Ruota del Supremo Real Consiglio e membro della Giunta di Stato Inquisitoria contro i giacobini, Regio Consigliere e Presidente della Regia Camera della Sommaria. Nel 1796 viene iscritto con la Famiglia Porcinari nel sedile di Nido in Napoli. IL Marchese Don Ippolito Porcinari, Luogotenente di Camera del Ferdinando IV di Borbone, nell'agosto 1799 fu giubilato perché divenuto ceco, con una pensione di annui 2.000 Ducati (Cardo de Nicola -"Diario Napoletano dicembre 1798 - dicembre 1800" Giordano Editore - Milano 1963). Il figlio Marchese Don Nicola Porcinari Duca di Gagliati, Patrizio napoletano ed Aquilano, nato a Napoli il 15 dicembre 1762, fu creato Cavaliere di Malta, sposa Donna Luisa Caracciolo del Sole dei Principi di Venosa, dei Duchi di Frisia; alla Famiglia Caracciolo del Sole appartenne il Conte Sergianni Caracciolo del Sole Grande Siniscalco del Regno di Napoli ed amante della Regina Giovanna IIa, che lo fece assassinare il 19 agosto 1431, ed ora è sepolto nella cappella della Famiglia Caracciolo del Sole nella Chiesa napoletana di San Giovanni a Carbonare. Il Conte Sergianni Caracciolo del Sole aveva acquistato la contea di Lioni per 10.000 Ducati, e la rivendette successivamente al Fratello Marino Caracciolo del Sole gran diplomatico e valoroso condottiero che costruì una fortezza nota con il nome di Forte Caracciolo.
Il figlio di Nicola, il Marchese Don Ippolito Porcinari Duca di Gagliati Patrizio Napoletano ed Aquilano, sposa la Nobile Letizia Guarasci di Cosenza, figlia di Don Filippo Guarasci, Colonnello Comandante del Reggimento "Real Farnese" di S.M. il Re delle Due Sicilie. Fratello di Letizia Guarisci fu il Generale di Corpo d'Armata Cesare Guarasci, poi Aiutante di Campo di S.M. il Re Umberto I° di Savoia.
La Famiglia Porcinari ha avuto Privilegi da Re Ludovico III° nel 1423, dalla Regina Giovanna II° nel 1425, da Re Alfonso d'Aragona nel 1443 e da Re Ferdinando d'Aragona nel 1459.
La Famiglia Porcinari ha avuto il Beato Giovanni già sepolto nella Basilica di Collemaggio in L'Aquila nell'altare di sinistra che era di Jus Patronato della Famiglia, ed anche la Beata Clara.
La Famiglia Porcinari si è legata con vincoli di parentela con le Famiglie Pica, De Torres, Rivera, Dragonetti, Caracciolo del Sole o di Venosa, Guarasci, Sanchez de Luna d'Arargona, De Luca di Roseto.
La Famiglia Porcinari figura nell'edizione del 1900 dell'Almanach de Brussell quale Duca di Gagliati.
I Fratelli Mario, Giulio Cesare e Renato Gotti Porcinari, figli di Leopoldo Gotti e di Elisabetta Porcinari, e loro discendenti sono stati autorizzati con R.D. del 24 luglio 1930 ad aggiungere al cognome Gotti, il cognome Porcinari. La Famiglia Gotti Porcinari è iscritta nel Libro d'Oro della Nobiltà Italiana, della Consulta Araldica, dal 27 novembre 1922, dapprima col solo cognome Gotti e successivamente con il doppio cognome Gotti Porcinari.
Mario, Capo dell'Ufficio del Grande Scudiero di S.M. il Re Vittorio Emanuele III°, fu decorato sul campo di Medaglia d'Argento con la seguente motivazione: "Tenente del 9° Reggimento Bersaglieri, Comandante di autoblindomitragliatrice, durante tre giorni di aspri combattimenti, dimostrava grande ardimento e sprezzo del pericolo. Ferito una prima volta all'occhio destro non abbandonava il combattimento, finchè, nuovamente colpito in varie parti del corpo da schegge di granata, prima di essere portato al posto di medicazione, incitava i soldati al Grido di 'Viva l'Italia' - Medio Piave 15-18 giugno 1918", e decorato con Sovrano Motu Proprio del 30 gennaio 1919 della Croce di Cavaliere della Corona d'Italia, dal 1925 membro del Consiglio di Amministrazione degli Ospizi di Santa Maria in Aquiro e dei SS. Quattro Coronati, nel 1921 fece parte del Comitato Direttivo Antibolscevico Italiano, presieduto dal Senatore Principe Fabrizio Colonna, e composto tra gli altri dal Conte Alfonso Bennicelli, Marchese Carlo Cavriani, Marchese Salvago Raggi, ecc. Giulio Cesare, Generale di Divisione dei Bersaglieri e comandante della 24a Divisione Napoli durante l'ultimo conflitto, fu Commendatore della Corona d'Italia (1934) e Cavaliere Ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1943), entrambi inoltre furono Cavalieri Jure Sanguinis dell'Ordine di Malta nel 1934. Il terzo fratello Renato, Cavaliere della Corona d'Italia, è stato Vice Direttore della Filiale di Roma del Banco di Roma fino al 1945, ed in tale veste ha curato e tutelato gli interessi economici della principessa Jolanda di Savoia, figlia primogenita di Re Vittorio Emanuele III°, alla quale ha salvato dalla rapina tedesca tutto il patrimonio finanziario depositato presso il Banco di Roma e tutti i gioielli, depositati in una cassetta di sicurezza della medesima Banca, ed il Collare della SS. Annunziata del marito Conte Carlo Calvi di Bergolo.
Dei tre fratelli, Mario è morto nel 1939 celibe senza discendenza, Giulio Cesare è morto nel 1946 e ha avuto un solo figlio maschio, Alberto, che è morto nel 1968 senza eredi maschi, mentre Renato morto nel 1945 ha avuto due figli maschi, Leopoldo Magistrato di Cassazione e poi Vice Presidente dell'Ufficio Europeo dei Brevetti a Monaco di Baviera morto nel 1984, da cui il figlio Filippo Dottore in Agraria, e Carlo Avvocato, vivente, Membro della Pontificia Accademia Tiberina e Cavaliere Jure Sanguinis del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, da cui il figlio Massimiliano dottore in Architettura.
Lo stemma Gotti è stato ampliato con lo stemma della Famiglia dei Marchesi Porcinari Duchi di Gagliati e Patrizi aquilani per R.D. 24 gennaio 1938; è stato confermato il titolo di Patrizi di Volterra con D.M. del 26 novembre 1922; rinnovato il titolo di Conte, già appartenente alla Famiglia Porcinari, con R.D. del 22 settembre 1939.
Con Atto del Notaio Carlo Pacifico di Napoli, repertorio n. 15050, del 10 maggio 1935, l'ultimo discendente della Famiglia Porcinari, celibe e senza discendenza, il Marchese Don Ippolito Porcinari Duca di Gagliati e Patrizio Aquilano, poiché la Famiglia Porcinari si sarebbe estinta come in effetti è avvenuto, prestò il consenso affinché, i propri cugini perché figli della zia Donna Elisabetta dei Marchesi Porcinari dei Duchi di Gagliati, Patrizia aquilana, che già avevano aggiunto al proprio cognome Gotti anche il cognome Porcinari, aggiungessero al proprio stemma anche lo stemma Porcinari di Gagliati, e nel contempo autorizzava "ad ogni effetto e ragione che i su nominati cugini, e loro discendenti, portanti il cognome Porcinari, usino titoli, predicati, emblemi, etc. e quant'altro stabilito per gli ultro geniti della Famiglia Porcinari di Gagliati con ogni loro facoltà e diritti e promuovendo le pratiche di legge per l'autorizzazione sovrana, se occorra". Infatti nel Decreto Reale di ampliamento dello stemma Gotti con gli stemmi Porcinari e Sanchez de Luna d'Aragona, il Commissario del Re per la Consulta Araldica scelse come motto della Famiglia Gotti Porcinari, il motto già della Famiglia Sanchez de Luna d'Aragona "Vix Ercules" (a mala pena Ercole). Questa infatti fu la "divisa" adottata dalla Famiglia Porcinari nella quale si erano estinti i Sanchez de Luna d'Aragona, in omaggio di Alonzo III° Sanchez, Marchese di Grottola e Signore di Sant'Arpino, che riportò nel secolo XVI° l'impresa dell'Idra, animata dal riferito motto, per significare che, come Ercole stentò a domare e debellare l'Idra, i suoi nemici e gli invidiosi avrebbero penato a vincerlo. Ciò in senso figurato, mentre in senso meno immodesto l'impresa volle significare non essere viltà cedere a forza maggiore quando il resistere sarebbe pazzia o temerarietà. La famiglia Porcinari usava ab immemorabile l'antico motto "A Deo omnia", mentre la Famiglia Sanchez de Luna d'Aragona usava "Spes sola Relicta" come si rileva da un codice miniato, pergamenaceo, col quale si conferiscono il 27 giugno 1570 ad Alonzo Sanchez ed ai figli Alfonso e Girolamo ed ai loro discendenti legittimi in perpetuo tutti gli onori e privilegi dei nobili della Piazza della Montagna in Napoli. La famiglia Gotti, prima dell'unione al cognome Porcinari usava sotto il proprio stemma il motto "Fata viam inveniunt".
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